Death of a Ladies Man

Leonard Cohen 1934-2016

[Leonard Cohen]

Autore: Andy Norman - TNT UK
Data: Novembre, 2016

Leonard Cohen, uno dei più grandi cantautori di tutti i tempi e uno dei pochi che poteva fregiarsi del titolo di “poeta”, è mancato questa settimana all'età di 82 anni a Los Angeles, aggiungendosi alla triste e lunga lista di artisti che ci hanno lasciato in questo 2016.

Cohen nacque nel 1934 e così era solo di pochi anni più vecchio di molti suoi “colleghi” contemporanei - Bob Dylan e Joni Mitchell per esempio ma il suo stile lo rendeva ancor più vecchio, una sorta di icona della scena cantautorale mondiale. Cohen aveva già un'ottima reputazione e carriera come poeta e scrittore nei primi anni '60, prima che diventasse un cantautore, inizialmente adattando le sue poesie a delle semplici ballate folk, un modo - a suo dire - che gli consentiva un certo reddito, altrimenti impossibile con la sola poesia.
La sua prima esibizione dal vivo ebbe logo al Newport Folk Festival nel 1967 e, dopo un lungo periodo di interruzione durante gli anni '90, incluso il ritiro in un monastero buddista tra il 1994 e il 1999, si è esibito live in maniera regolare fino all'anno scorso.

Nato da una famiglia benestante in Montreal, Cohen fu cresciuto secondo gli ideali ebraici e cominciò a interessarsi di musica e poesia durante la scuola superiore. Prese lezioni di chitarra da un chitarrista di flamenco, il che probabilmente spiega la sua predilezione per le corde in nylon. Si trasferì a Londra, poi in Grecia, per seguire la sua poesia e la sua musa ispiratrice Marianne Ihlen (“So Long, Marianne”). Il suo successo come cantante ebbe inizio verso la fine degli anni '60 e continuò fino agli anni '70. La sua produzione durante gli anni '80 calò sensibilmente sia come quantità che come qualità e così decise di ritirarsi dalle scene. Tornò a suonare dal vivo negli anni 2000 dopo aver scoperto che le sue sostanze erano state prosciugate dal suo manager e di conseguenza fu costretto a tornare a cantare per poter vivere.

Con la sua voce ruvida e il suo modo di declamare i versi il suo stile era davvero unico. Le sue canzoni erano tutte su ritmi lenti e la voce scura e profonda, almeno un'ottava al di sotto quella dei suoi contemporanei contribuirono alla reputazione di compositore di musica deprimente e autolesionista. Negli ultimi anni, tuttavia, quelle rare tracce di humour nero che potevano trovarsi in qualche lavoro precedente (“Field Commander Cohen” ad esempio) divennero più frequenti, specie dal vivo, come ad esempio la spiritosa e ironica introduzione dell'album “Live in London”.

Le canzoni di Cohen sono state interpretate da numerosi artisti, da Jennifer Warnes a Perla Batalla, dall'incredibile versione di Halleluja da parte di Jeff Buckley fino alle versioni persino più ruvide di Willie Nelson e Joe Cocker. Le canzoni di Cohen hanno avuto almeno tante cover quanto quelle di Bob Dylan e tutto questo nonostante la complessità e la stranezza dei suoi testi. Halleluja, ad esempio, è uno dei testi più bizzarri che abbiano fatto capolino nelle pop charts:

“She tied you to a kitchen chair She broke your throne, and she cut your hair And from your lips she drew the Hallelujah”

Sebbene i testi fossero generalmente scuri e tendenzialmente seri riuscivano a collegare sensazioni personali, mistiche o religiose, mentre le semplici melodiie facevano il resto. Queste erano facili e di presa immediata (ad esempio “Famous Blue Raincoat”) e, in maniera piuttosto insolita, derivavano da un'ampia gamma di generi musicali, differenti dal blues e dallo stile folk dei suoi contemporanei.
Si percepisce un'influenza di Klezmer, tramutata dalla canzone tradizionale francese e colorata con elementi greci e spagnoli (ascoltate per esempio il pizzicato della chitarra e il mandolino in “The Partisan”). Gli arrangiamenti musicali erano tipicamente abbastanza scarni nella sua lunga carriera: la chitarra con corde in nylon era una costante nei suoi primi lavori ma più recentemente era stata rimpiazzata dal piano e persino da sintetizzatori e drum machines (su “Ten New Songs”).

Gli album di Leonard Cohen non hanno mai goduto di grande reputazione tra gli audiofili. Più facilmente potrete sentire gli album di sue cover eseguite da Jennifer Warnes utilizzati nelle mostre HiFi, trattandosi di ottime registrazioni con standard molto elevati relativamente alla chiarezza e alla capacità comunicativa. Dopo essere stato messo sotto contratto da John Hammond per la CBS i primi album furono prodotti da John Simon (produttore di The Band e Simon and Garfunkel più o meno nello stesso periodo) e da Bob Johnson (noto per i suoi lavori con Bob Dylan). Tipicamente si trattava di buone incisioni secondo i classici standard CBS. Archi e altri strumenti d'accompagnamento erano utilizzati con parsimonia mentre le voci femminili di coro costituivano un perfetto contraltare alla voce scura di Cohen.

Negli ultimi anni, con l'aiuto del figlio Adam e di Patrick Leonard (Madonna, Bryan Ferry) al posto di comando in cabina di produzione, Cohen creò alcuni dei suoi lavori più raffinati. Il mio album preferito, “Popular Problems”, ha un'ispirazione gospel che ruota intorno a inni basati sul pianoforte, più le tipiche voci femminili di sfondo (si ascolti, ad esempio “Did I Ever Love You?”). Archi e arrangimenti corali si legano all'utilizzo sottile e raffinato di sintetizzatori e chitarra.

Così come nei migliori lavori di Dylan, Cohen aveva un modo speciale di collegare temi specifici e personali con temi univerali d'amore e morte. Sembrava fosse conscio della sua immininte dipartita quando stava pianificando il suo ultimo album, con frasi come queste: “going home without my burden, going home behind the curtain, going home without the costume that I wore” (tornando a casa senza fardello, dietro la tenda e senza la divisa che indossavo). In verità, sebbene non fosse né più né meno desolato che nel resto dei suoi lavori, in tante maniera sembrava felice di aver raggiunto la fine della strada.

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